
«Pregare di meno per lavorare di più», è il senso di una fatwa dello sceicco egiziano Youssef al-Qaradawi, un'esortazione a fare più attenzione alla produttività, abbreviando le pause di preghiera sul posto di lavoro.
Pubblicata nel mese di maggio sul suo sito internet, la fatwa del predicatore fondamentalista, celebre per le sue apparizioni sul canale al-Jazira, sottolinea che pregare sul posto di lavoro «è una buona cosa» ma che «dieci minuti possono essere sufficienti».
Mentre Al Qaradawi fa passi da gigante, l’ex Presidente del Senato, Marcello Pera, partecipando al Vienna Forum 2008 apertosi nella capitale austriaca, sul tema “Europa post cristiana e rinascita dell' Islam”, nel suo intervento fa lunghissimi passi indietro nella costruzione del dialogo interreligioso.
Lo sceicco ha più volte sorpreso il mondo con le sue fatawi, poco tempo fa ha autorizzato anche al modico consumo d’alcool. Personaggio controverso, è molto malvisto dalle frange più estreme del bigottismo religioso, ma viene considerato a sua volta un estremista.
Questa esortazione a conciliare la fede con il lavoro rischia di creare un urto con le abitudini ben radicate della “pause” ripetute e interminabili di preghiera sui luoghi di lavoro.
La preghiera è il secondo dei cinque pilastri dell'Islam, e ciascun musulmano è tenuto a pregare cinque volte al giorno. Due di queste preghiere, quella di mezzogiorno e quella del pomeriggio, cadono durante le ore di lavoro. L'orario di lavoro reale di un funzionario egiziano è stato stimato da uno studio ufficiale a 27 minuti al giorno, senza contare i congedi autorizzati. Il paese dispone di 6 milioni di funzionari, in generale mal pagati.
Nel cuore del Cairo, sulla piazza Tahrir, c'è il tempio della burocrazia, la Mougama, immenso edificio di 13 piani, con 65 servizi governativi, 14 ministeri, e 18.000 funzionari.
Mentre l’Islam si evolve, lentamente ma inesorabilmente, sotto la spinta delle nuove generazioni - soprattutto quelle emigrate - in casa cattolica le cose procedono in senso inverso.
«Oggi non stiamo solo affrontando una “rinascita islamica”: il fondamentalismo da un lato e le sfide bioetiche dall'altro stanno producendo anche una “rinascita cristiana”».
Il suo intervento verteva sull'interrogativo “È l'Europa qualcosa di più che una espressione geografica?”.
Secondo Pera, invitato dagli organizzatori dell'Hudson Institute, «sempre più gente cerca valori e coordinate morali e spirituali, cerca ciò che aveva e ha perduto o rifiutato: il cristianesimo e l'identità che ne proviene. Se sapremo mostrare che un'Europa cristiana non significa clericale, bigotta, dogmatica, contraria alla ragione - ha detto l'ex Presidente del Senato - allora anche noi potremmo dire ciò che dissero gli americani di se medesimi fin dall'inizio: sì, l'Europa è più di una espressione geografica».
Peccato che la frase sia una perifrasi di Metternich e non di un qualche “americano” di riferimento del sen. Pera.
«Oggi - ha concluso - non lo è, nonostante la retorica dei leader politici».
Marcello Pera interverrà anche a un dibattito domenica in chiusura dei lavori del Foro al quale parlerà anche l'ex premier spagnolo Josè Maria Aznar».